42nd BMW BERLIN MARATHON

Circa due anni fa iniziavo a percorrere i primi faticosissimi chilometri della mia modesta carriera di runner. All’ epoca ignoravo completamente cosa significasse il termine major e non avevo neppure lontanamente idea di correre una maratona. La prima volta che raggiunsi la distanza di 10 km mi sembrò di aver scalato l’Everest… Sono ovviamente cambiate tante cose, la passione per la corsa ha preso il sopravvento e, sebbene non sia affatto un fissato (senza offesa per chi lo è), ho iniziato a partecipare ad alcune gare e a coltivare il sogno di correre la distanza delle distanze: 42km e 195m. Figuratevi cosa ha significato lo scorso Natale aprire una semplice busta con il mio nome e scoprire che a Berlino avrei trovato ad attendermi un pettorale per gareggiare nella maratona più veloce del mondo! 27 Settembre 2015. Credo di aver smaltito l’entusiasmo a Febbraio. La preparazione all’ evento tuttavia è stata tutt’ altro che facile. E’ stato un anno complicato. Lungi dal fare del vittimismo, ho dovuto superare alcuni inconvenienti fisici del tutto nuovi per me e la mia attività sportiva. Ho temuto seriamente di non poter gareggiare o comunque di poterlo fare senza una adeguata preparazione fisica ed emotiva. Luglio, Agosto e Settembre hanno rappresentato una lunga e incessante rincorsa alla forma, se non migliore, almeno decorosa. Non mi sarei mai perdonato di sprecare una tale occasione con una prestazione indegna. Con il sostegno insuperabile di mia moglie e del fisioterapista Mattia alla fine sono atterrato a Berlino pronto a lottare, in primis contro la mia testa. Ho ritirato il pettorale e ho finalmente realizzato cosa davvero mi aspettasse di lì a 2 giorni. Niente scuse, basta negatività. La mattina della gara, circondato da migliaia di atleti di tutto il mondo e letteralmente trascinato nella mia griglia di partenza, ho chiuso gli occhi e ho sorriso, lasciandomi cullare dalla musica e ripensando mentalmente al percorso di avvicinamento alla maratona. “Quel che è fatto è fatto”, mi sono detto. Niente pressioni, solo divertimento. “Goditi il momento”, è il mio mantra. Poi il countdown inesorabile, i palloncini gialli che volano in cielo e la partenza. Ho faticato a contenere l’entusiasmo del via ma sono riuscito a prendere subito un ritmo stabile, più veloce di quanto programmato. Stavo bene, le gambe giravano senza problemi e i primi 25 km sono volati senza problemi, seguendo il programma di alimentazione che avevo studiato ed evitando di strafare. La gente al lato della strada mi incitava, leggendo il nome sul pettorale, donandomi energie nuove e spronandomi a non mollare. Musica, colori, grida e scenari cittadini meravigliosi. Al km 28 la prima crisetta. Stringo i denti, mi rovescio in bocca un gel e riprendo per i capelli il ritmo perduto. Al km 32 arriva il muro. Esiste eccome e inesorabile prima o poi ti si para davanti. Non ci si può fare nulla, solo scalarlo con la fatica estrema che la strada già percorsa ha lasciato nei muscoli. La gara negli ultimi 10 interminabili km diventa una lotta contro me stesso, contro la vocina che mi spinge carezzevole e tanto attraente a fermarmi a riposare, anche solo per un istante. Mi aggrappo a qualsiasi cosa: una bimba che mi da il cinque, un ritmo musicale coinvolgente, un incitamento al mio passaggio. Attraversiamo Potsdamer Platz ma io non me ne rendo conto, impegnato come sono a tenere dritta la testa, a respirare e a spingere le gambe una davanti all’ altra. Ancora e ancora. Alla vista della Porta di Brandeburgo mi si apre il cuore, i metri sembrano non voler passare mai. Non mi importa più del crono, so di aver abbattuto il mio personale, ma non è questo che conta. Scorgo mia moglie poco prima del passaggio sotto la Porta, mi saluta e mi incita. Nei suoi occhi ritrovo la voglia di farcela. Sento la fatica sciogliersi e le gambe affrontano gli ultimi 200 m con rinnovato vigore. Ecco, magari vigore è un termine esagerato. Alzo gli occhi al cielo, saluto la mia nonna come mi ero ripromesso e supero la linea del traguardo sorridente. Vi assicuro che la mia espressione consueta durante la corsa esprime tutta la fatica del mondo, altro che sorrisi. Sbuffo più di Zatopek la locomotiva umana. La gente di Berlino non smette di stupirmi anche alla fine della mia gara per calore, sostegno e supporto. Una volontaria solare e simpatica mi cinge il collo con l’agognata medaglia; un’altra mi riconsegna la sacca e si congratula con gioia per la mia prestazione. E non sa nemmeno che tempo abbia realizzato! Massì, chissenefrega, è una festa! Mi ricongiungo infine con mia moglie e lì un bel pianto non me lo leva nessuno. 3h 22’ e 12”, che dire. Per me una prova ottima! Ich bin ein Berliner!

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