44^ Stramilano Half Marathon 2015

Il Sarzana Running Team è un club esclusivo. Se non fai parte della famiglia Sarzana, e se non sei uno dei fratelli Sarzana, non puoi farne parte.
Il Sarzana Running Team era alla Stramilano di domenica. Se avete corso, magari li avete incontrati, con quella canotta da Harry Potter e quei Ray Ban da Tom Cruise in Top Gun. Se non li avete incontrati, ora li potete leggere: come se fosse un unico runner, ogni membro ha scritto un pezzo di questo racconto, che noi vi riportiamo senza aggiungere altro a conferma che la corsa scatena emozioni precis
e.


 

#TheSarzanasRunningTeam

#TheSarzanasRunningTeam

 

L’aspetto peggiore della Stramilano non è il pavé sconnesso, non sono i binari del tram bagnati che attentano alle tue caviglie, non è nemmeno il caldo afoso o la freddezza del pubblico.

No.

L’aspetto peggiore è un punto.

Un punto ben preciso.

Il 2°KM dalla partenza.

In quel preciso punto, mentre tu fiero stai già facendo calcoli stravaganti per ipotizzare il tuo tempo di arrivo dopo 21Km e stai già sudando (anche se indossi una canottiera molto discutibile), ti scontri con la realtà.

Nella tua testa sei un grande atleta, ce l’hai messa tutta per prepararti, ma la realtà, in quel preciso momento, ti passa di fianco.
Meglio, ti vola di fianco, con la leggerezza di chi ha fatto della corsa la sua ragione di vita e la sua professione.

Mentre tu sei fiero di aver percorso già 2 chilometri sotto i 6 minuti, ti sfrecciano di lato delle sagome volanti che stanno percorrendo il loro quinto!… tu li fissi negli occhi ma loro sono già andati.

Lì capisci che la tua corsa sarà solo contro te stesso e ti rassereni, perché quelli che ti sono passati di fianco puoi solo ammirarli, non inseguirli.

Testa bassa e via.
Dopo esserti ritrovato il morale sotto le scarpe è tempo di concentrarsi su altro: evitare gli altri corridori, per esempio, o non farti prendere dall’euforia tipica dei giorni di gara, quella che tempo 5 chilometri ti fa ritornare coi piedi per terra, realizzare di essere partito troppo veloce e soffrire per i successivi 16 mentre invochi la morte.

È la tua prima mezza maratona preparata più o meno come si dovrebbe, ti sei prefissato di battere il tuo personale di più di 3 minuti e aspettavi questo giorno da più di un mese.
Quello che non avevi previsto era sicuramente il raffreddore della settimana prima e il dolore al polpaccio derivante dalla brillante decisione di tornare a calcare i campi da calcetto a pochi giorni da un appuntamento così importante.

Poco male, le gambe comunque continuano a girare anche meglio di quanto potessi sperare. Ti affianca un vecchietto ansimante chiedendoti a che chilometro è arrivato e sei così tranquillo nell’aiutarlo che pensi che tutto ciò sarà una passeggiata.
Neanche i milanesi incazzati che ti squadrano dai marciapiedi con quegli occhi pieni dell’odio di chi sta evidentemente facendo tardi al brunch domenicale da California Bakery sembrano scalfirti, peccato che…
Peccato che poi arrivi il sole a picco al quindicesimo chilometro, a (quasi) distruggere i tuoi buoni propositi.

Vedo il cartello del quindicesimo chilometro e il desiderio di acqua diventa assillante. Non ho caldo né sete ma al quattordicesimo chilometro il Programma prevedeva l’assunzione del gel energetico e da bravo soldato ho eseguito. Avverto un saporaccio in bocca davvero fastidioso ma so che è per il mio bene, che ora penso solo a sciacquarmi le fauci ma che tra qualche minuto mi ringrazierò da solo. Pat pat sulla spalla.

Perché? Perchè il Programma è tutto: un’ancora a cui appigliarsi nei momenti di crisi, una luccicante medaglia da sfoggiare quando le cose girano per il verso giusto. Sto correndo bene, le gambe si muovono a dovere e respiro senza affanno. Regolare è l’aggettivo per descrivere il movimento del mio corpo.
Improvvisamente però la testa, sempre in agguato, inizia a remare contro. Penso che è troppo bello per essere vero, correre così senza fatica e sentire di essere a un passo da un risultato insperato.
Rifletto sui chilometri che ho corso a Febbraio e Marzo, davvero troppo pochi e distribuiti male; ai chilometri che avrei dovuto percorrere e che invece per pigrizia ho abbandonato alle intenzioni e dietro alle scuse sul clima, il vento, lo stress. Allora mi ribello a me stesso perchè non sto rubando nulla. Inizio a ragionare per piccoli obiettivi: un chilometro alla volta mi costringo a individuare un runner davanti a me, a raggiungerlo e superarlo senza forzare l’andatura.
Funziona: al diciassettesimo chilometro punto una maglia verde con annessa testa ciondolante, al diciottesimo un paio di agghiaccianti pantaloncini tigrati, davvero troppo brutti per essere veri e per arrivare davanti a me. Al diciannovesimo sento che è fatta, niente e nessuno potrà togliermi il tempo. Accellero e il mio corpo risponde, seppur goffamente. Vedo il cartello del ventesimo chilometro e il Programma recita: spingere!

Manca un chilometro, 1000 metri. Quante volte li ho fatti?
Nel mio caso circa 2122 volte fino a quel momento. Per essere più precisi, la Stramilano misura 21500,00 metri, non 21000,97 come dovrebbe essere. Mancano un chilometro e 97 metri. Ho due sensazioni e due emozioni in testa: abbandono, adesso abbandono. Spingo, do tutto quello che ho.

Il caldo, i chilometri passati, l’ennesimo lunghissimo vialone (Corso Sempione), mi fanno pensare decisamente di abbandonare.

Ma la corsa è strana: decido che il prossimo è il passo in cui mi lascio andare alla fatica. Lo faccio, ed è quello in cui aumento. Aumento ancora leggermente. Inizio a vedere gli altri avvicinarsi, l’Arco si avvicina, la curva verso sinistra si avvicina. So che dietro di essa ci sarà l’ultimo ristoro, l’ultima bottiglietta d’acqua da svuotarsi in testa, una zona d’ombra, poi dritti fino all’entrata dell’Arena.

Le persone ai lati formano un piccolo cordone di applausi, i pochi rimasti a dire la verità, ma incitano comunque. Il passo è sempre più lungo, il respiro più affannoso e l’acqua rovesciata in testa inizia già ad asciugarsi sul viso.

Giro a destra. L’Arena.
Il Garmin ha già squillato le trombe del ventunesimo chilometro. Ne mancano 97 alla meta.

Tutti si dimenticano di questi 97 metri. Se fossi Bolt, saprei che mancherebbero circa 9,58 secondi. Non sono né giamaicano, né Bolt in particolare.
Per me sono gli ultimi 20/25 secondi nell’afa milanese.

Ma vi ricordate quei 403 metri di differenza della Stramilano? Sono tutti lì: nel polverone alzato da chi ti precede, nell’ultimo vialetto che costeggia l’arena, nel traffico dei corridori che non hanno più la tua stessa forza di spingere. Che forse hanno scelto di abbandonarsi.
Mi scanso, mi sposto, li evito e intanto aumento a più non posso.

La bava mi esce – letteralmente – dalla bocca. Ho bisogno di respirare e non ho tempo di star dietro ad eventuali sofisticatezze del genere. Sento lontani gli applausi perchè l’affanno li sovrasta. Un’ultima voce lontana “Piano nella curva”. Sto spingendo, non vado piano, quasi derapo e sbuco nell’Arena.

Un’altra voce più chiara e forte annuncia volta per volta i corridori, quelli emblematici, ma non te.
Non m’interesserebbe: se corro lo faccio solo per me stesso.

Gli ultimi – quelli veri – 100metri.

Aumento il passo. Schivo un ultimo corridore. Uno sguardo al crono, ormai è fatta. La linea del traguardo e l’ultimo appoggio. Bip. Fine.

Tutti si sfoca e poi ritorna un pò più chiaro. Camilla che grida da lontano con chi è già arrivato. Andata anche questa. Non è un Personal Best, ci è mancato poco, ma è stata un’altra bellissima corsa. Un’altra bellissima esperienza. Altre due ore passate esclusivamente a lottare contro me stesso.

Nonostante la mia prima gara in assoluto sia stata tre anni fa, laStramilano non mi piace, ma oggi come l’anno scorso mi ha insegnato diverse cose:

1- ventuno chilometri sono ventuno chilometri, mica ciccia (prova a pensare di fare 50 volte il giro del campo di atletica e dimmi che voglia hai);

2- non importa che tu abbia fatto maratone, campestri o chissà che, se in quel momento non sei allenato la corsa lo sa. Tu no;

3- se non sei allenato e soprattutto esci da due infortuni di fila, forse non sarebbe il caso di fare una gara;

4- fare lo sborone e saltare i ristori quando già al quinto chilometro sei in una situazione talmente precaria da farti pensare di abbandonare, non è una cosa da fare;

5- se fa caldo metti il cappellino che nonostante sia la cosa più anti-sesso del mondo fa il suo dovere (e poi devi correre, concentrati!);

6- se quel giorno la testa non c’è, la testa non c’è e sarà una lotta metro dopo metro.

Allo stesso modo, molto a posteriori, sono stato in grado di accorgermi ancora una volta delle cose belle che la corsa ti dà:

1- l’ansia di prima mattina;

2- il calore umano delle griglie di partenza (soprattutto quando queste sono fatte per contenere 500 persone e ne dovrebbero entrare 1000);

3- passare davanti ai fotografi mascherando la fatica con un subdolo sorriso e pollice alzato;

4- l’empatia e la fratellanza dei runner che, insieme a te, stanno condividendo un sogno;

5- la medaglia e il pettorale sgualcito;

6- la corsa del giorno dopo. Gambe di legno e fatica pazzesca ma anche consapevolezza che il nostro dovere, nel bene e nel male, l’abbiamo fatto.

La corsa ti regala emozioni uniche, sensazioni pazzesche, aria nei polmoni. La corsa ti porta in luoghi pazzeschi, o, nel mio caso, contro un cartello.

La corsa la ami e la odi, ma alla fine, comunque, non l’abbandoneresti mai.

 

Matteo, Matteo, Michele, Filippo e Stefano

Filippo

Filippo “Probo” Sarzana. IV del suo nome. Finge di essere un runner professionista comprando gli accessori più disparati ma continua a faticare ad abbattere il muro dei 5′ al KM.

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1 Response

  1. December 31, 2015

    […] La Stramilano, con un rispettoso tempo di 1h56’22”. […]

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