5a SuisseGas Milano Marathon Relay 2015

3h25’40” #TheSarzanasRunningTeam

È il grande giorno della 15a SuisseGas Milano Marathon Relay 2015.

Ecco l’ordine di partenza:

  1. Filippo
  2. Stefano
  3. Matteo
  4. Michele

L’organizzazione non è stata delle più semplici: milioni di messaggi tra me, Michele, Matteo e Stefano, ma alla fine ce l’abbiamo fatta.

La sveglia è troppo presto, come al solito. Colazione con Stefano a base di caffè, succo di frutta, fette biscottate nutella e banana. Un pò di trepidazione, qualche vago discorso su speranze di tempo e poco altro.

Usciamo per trovarci con Michele a Sant’Ambrogio. Matteo invece, con partenza dal terzo cambio sarebbe andato autonomamente a Lotto.

A Cadorna le strade si separano: io e Michele ci dirigiamo a Palestro e Stefano verso Pagano per aspettarmi al primo cambio.

La strada è gremita di gente, lascio il kway a Michele e inizio i 10 minuti di riscaldamento. Mi inserisco tra la gente e cerco di avanzare il più possibile. Sapevo benissimo che sarei dovuto scattare i primi chilometri per i corrideri che, nonostante il passo lento, si sarebbero messi in prima fila e così è stato.

Probo alla partenza

Probo alla partenza

I Segmento – Filippo

Pronti. Via. Passo sotto alla partenza, faccio scattare il Forerunner 220 e spingo.
Sorpasso a destra e sinistra incurante del ritmo. Si svolta a sinistra e ponte.

Giù per la discesa accelero facendo scivolare gli occhiali da sole sugli occhi.
Piazza Repubblica, destra fino a Stazione Centrale ed accelero ancora per mettermi in ottima posizione.

Finalmente guardo il crono: passo medio 4’38″/km.

Un pò forte penso. Cambio impostazioni e decido di osservare il passo istantaneo cercando di tenerlo sui 4’40”, ampiamente sotto il personale.

4° chilometro, di nuovo sul ponte e poi giù verso la circonvallazione interna fino al primo ristoro.

Anche se accuso un pò la doppia salita cerco di non mollare e tenere il passo sia di gambe che di testa. Prendo una bottiglietta e la svuoto in testa.

Per la prima volta in una gara vedo che supero più gente di quella che invece supera me e mi sento molto in forma.

Curva a gomito per ripercorrere qualche centinaio di metri in senso inverso e poi salita verso San Babila.

Ecco, sono quelle salite che se percorri camminando non ti sembra esistano, ma che se le corri in gara le senti. Molto di più di quello che pensi.

Rallento un pò per riprendere fiato. Il chilometro successivo all’ombra mi sembra un’oasi nel deserto e il pubblico, l’unico che applaude, attorno al percorso che circumnaviga il Duomo di Milano mi dona nuove forze.
Via Manzoni. La morte. Sì, perchè sto correndo ormai da quasi 40 minuti, ampiamente sotto il mio PB e mi si parano davanti 3 chilometri di pavè. Non quello bello appena posato. Disconnesso, faticoso, insidioso.

Decido di correre lungo i marciapedi consapevole che avrei perso un pò del mio vantaggio, ma consapevole anche che avrei risparmiato enormemente sull’affaticamento muscolare.

Cairoli, poi giù verso Cadorna. 10 chilometri. 4’43″/km. PB.

Un sorriso che solo io sento sotto la smorfia della fatica.

Non pensavo che oggi, con questo caldo, con la tensione sarei riuscito a dare tanto.

So che manca circa un chilometro a Teto. Allora spingo, anche sulla salita. Ma il cronometro non si sposta da quella media. Avevo evidentemente esaurito tutto quello che avevo.

Discesa, poi sinistra in Via Pagano. Gli ultimi metri di pavè e poi le zone cambio.

Sì, le zone cambio.

Pettorale n° 1735. Ogni zona cambio sono circa 50 metri.

A perdifiato, tolgo gli occhiali per cercare Stefano e i numeri mi passano affianco.

701 – 800.

1001 – 1100.

1601 – 1700.

1701 – 1800.

Non vedo Stefano. Dov’è.

Stoppo il cronometro e corro dall’altra parte della strada per farmi vedere meglio.

Finalmente lo riconosco. Ero fermo alla stazione prima.

Lo raggiungo, gli prendo la sacca dalle spalle e gli grido forte, senza ormai più fiato: “Più di così non potevo fare. Vai! Vai! 4 e 43! Personale!”

Lo vedo scattare e so che farà anche lui un gran tempo. Raccolgo il kway dalla borsa e corro in metro con le ultime forze per raggiungere Matteo a Lotto e aspettare l’arrivo di Stefano.

Probo & Zazza - © GliSpilliNelGinocchio.com

Probo & Zazza – © GliSpilliNelGinocchio.com

II Segmento – Stefano

Nella confusione del cambio staffetta mi infilo il chip nel taschino degli shorts e parto. Direzione Lotto.
Corro nella solitudine di un percorso visto e rivisto nelle varie gare milanesi, con poco pubblico e poche persone che corrono (le staffette sono partite 30′ dopo).
Inizia a recuperare facilmente molte posizioni, supero una rotonda dopo l’altra, svolto a destra e mi ritrova in Via Washington.
Ogni volta è sempre la stessa storia. Una via lunga, con un falso piano in salita, sotto al sole e con una colonna di macchine ferme (ma accese) sull’altro lato della strada. Ma ero già preparato. Mi faccio forza e vado avanti.

Recupero il primo gruppo dei palloncini, quello delle 5h, e li incito a dare il massimo. Giro attorno alla City Life, percorso Dj Ten e svolto su Via Duilio in direzione Portello.
Le gambe non sono fresche, non ho la benchè minima idea del ritmo che sto tenendo e fa un caldo atroce; recupero un secondo gruppo di palloncini, quello delle 4h45′ ma non ho fiato, a questo punto, per incitare anche loro e mi limito ad un solo pollice alzato.

In lontananza, nel tremolio dell’aria, vedo quello che non vorrei vedere: un sottopasso seguito da un cavalcavia. Questi, complici del caldo e di una strada completamente vuota, mietono molto vittime tra i maratoneti. Arriva la prima fitta al fianco, ma non posso fermarmi, penso ai maratoneti e vado avanti.

Teto

Teto

Si scende verso una piccola zona d’ombra con il ristoro (anche per celiaci!) in cui prendo la spugna per rinfrescarmi e rifiuto, stupidamente, una bottiglia d’acqua. Si gira a sinistra sotto Via Alcide De Gasperi, direzione Ippodromo.
I palloncini delle 4h30′ occupano tutta la carreggiata e sono costretto a spostarmi sul marciapiede senza dire niente. Rispetto va anche, e soprattutto, a loro.

Inizia un lungo viale alberato con finalmente un po’ d’ombra e inizio ad accelerare. Un km alla fine. Vedo in lontananza altri palloncini: 4h15′. Li devo prendere. E lo faccio.
Vedo il traguardo del cambio staffetta. Bip. 45’40” dal mio cambio al traguardo. Ma non è finita, corro verso Matteo che si trova 500 metri più in là. Do tutto quello che ho. Male alle gambe ma fa niente.

Bip. 47’35”. Do il chip e vedo Matteo che si allontana. Mi verso una bottiglia d’acqua in testa. Non invidio i maratoneti.

 

Teto all'arrivo

Teto all’arrivo

III Segmento – Matteo

II passaggio del chip segna l’inizio dell’avventura.
So che non potrò essere all’altezza degli altri Sarzanas, ma ce la devo mettere tutta per riuscire a stare sotto i 50 minuti per percorrere i 9 chilometri della mia tratta.

Sono abbastanza tranquillo, la mia è la frazione più corta e passa attraverso un parco, il che mi metterà al riparo dalla calura del mezzogiorno milanese, che ricorda il 15 di agosto.

Almeno questo pensavo.

Parto.
Devo rimanere concentrato, evitare di fare, come mio solito, uno scatto di 5km per poi morire nei succesivi 5.
Mi setto sui 5:40 e lo sguardo fisso avanti.
La strada è perfetta, asfalto appena posato. Nero.
Caldo.

Per i primi 3km mi do degli obbiettivi sulla base di chi mi precede.
Li seguo, li affianco e li supero.
Tanti fanno lo stesso con me, ma sono felice di essere parte del gioco.
I maratoneti cominciano a sentire le prime vere fatiche, mentre io tengo fermo in mente il mio obbietivo, non altrettanto alto come singolo, ma oggi siamo una squadra.

Arrivo al parco. A quello che credevo fosse il parco.
La strada lo costeggia, non lo attraversa.
Colpa mia, avrei potuto documentarmi meglio, ma oggi non ho tempo per i rimpianti.

Sotto il caldo di Milano, i primi abbandoni. Ne conto due svenuti sulla destra, mentre un terzo – un maratoneta – mi supera di slancio, ma piange. A dirotto.
I compagni di corsa si voltano, gli chiedono se tutto va bene, ma lui non risponde, e piangendo supera tutti. Starà correndo a 3’50”.
La corsa è un mondo strano.

Il mio mondo oggi è fatto di lunghi, interminabili rettilinei.
Sulla strada dritta l’unica cosa che mi viene in mente di fare sono calcoli matematici riguardanti il tempo trascorso, la velocità media, i chilometri mancanti e il tempo che mi separa da Michele.

La tentazione di fare qualche metro passeggiando è forte, ma non posso, non voglio mollare.

Torno allora a gareggiare contro fantasmi inesistenti, i miei fantasmi.
Divido il tempo in minuti, secondi. Lo spazio in chilometri, metri, centimetri.

Arrivo al 30esimo chilometro.
Mancano un rettilinio, una curva, un altro rettilineo.
Ho caldo, troppo, ma non potrei usare i ristori dedicati ai maratoneti.

Non potrei, ma non ne posso più.
Rubo una bottiglia di acqua e me la svuoto addosso.
Ansimo. Boccheggio.
Corro.

Come un miraggio vedo la linea dei cambi.
Ci sono.
Anzi no.
Mancano 1700 numeri.
Filippo mi aveva avvisato, ma non ci avevo pensato finchè non ho visto in lontananza la mia zona cambio, troppo lontana.

Cerco a destra e sinistra conforto.
500.
Sto per cadere.
1000.
Filippo.
Si sbraccia, getta un braccio in avanti. Ci sei, manca poco.
Si mette a correre con me. Davanti a me
Mi trascina senza toccarmi per gli utlimi metri.
1700.
Michele.
Gli lancio il chip.
Filippo.
Lo abbraccio. Per non cadere.

Più di così non ne avevo: 49’21”.
Vai Michele!

Matteo

Matteo

IV Segmento – Michele

A differenza degli altri tre, questa non è la mia prima staffetta alla Maratona di Milano, ma è la terza. Due anni fa mi sono immolato per la prima frazione, quella da 13km in mezzo al nulla da Rho a San Siro: un calvario. L’anno scorso ho optato per la terza, volevo passare per il centro di Milano e godermi la folla accompagnare me e i miei compagni di corsa: bello, ma non bellissimo, il pavè è tutto tranne che un terreno simpatico su cui decidere di correre. Quest’anno, complice il cambio di squadra e la voglia finalmente di essere io a tagliare il traguardo di quest’avventura, ho “preteso” di correre l’ultima frazione.

E facendo un passo indietro poteva essere anche a questo giro un disastro: già, perché inizialmente questo tratto era stato pianificato come il più lungo di tutta la staffetta, da correre a cavallo dell’una di pomeriggio sotto il sole previsto per questa domenica. Caldo. Ma una botta di fortuna caduta dal cielo ha fatto sì che l’organizzazione decidesse di uniformare le staffette accorciando la mia frazione (e allungando di conseguenza le altre). Bene, ma non benissimo: tutti e quattro gli split erano sopra i 10km tagliando un po’ le gambe a chi voleva affrontare questa sfida con un po’ più di calma.

Ma veniamo a domenica: dopo aver visto partire Filippo partire mi fiondo in metro per raggiungere il mio punto di cambio a Uruguay. Tre problemi:

  • quest’anno niente biglietto omaggio dell’ATM ai partecipanti. E quindi biglietto da pagare.
  • ATM non s’è manco posta il problema di aumentare il numero di corse per supportare i corridori. E quindi lotta per infilarsi nel primo convoglio utile (anche se la cosa non mi preoccupava particolarmente, avrei comunque dovuto aspettare parecchio tempo al cambio).
  • all’arrivo a Uruguay ci accorgiamo che la zona non è esattamente a Uruguay ma un po’ più fuori. Nessuna indicazione e nessun cartello, mi accodo agli altri sperando che loro conoscano meglio di me dove andare.

E arriviamo. Faccio in tempo a vedere i primi della maratona passare davanti a me: volano, letteralmente. Pian piano scorrono tutti gli altri e si cominciano a vedere volti più umani e affaticati. Nel frattempo arrivano Filippo e Stefano, ormai la loro frazione l’hanno completata e ovviamente con due temponi. Spero di poter far bene anche io ma oggi stranamente non mi son svegliato particolarmente fiducioso, complice un allenamento che sta puntando più sull’allungare che sull’accelerare. Finalmente arriva Matteo e dopo tutto questo preambolo è il mio turno correre. Non mi soffermo neanche troppo a salutarlo, ci vedremo all’arrivo e parto.

La giornata è calda, molto calda, ma sono abbastanza tranquillo e rincuorato dal fatto che il primo ristoro (che teoricamente era riservato solamente ai maratoneti e non agli staffettisti – altro punto negativo -) è subito a pochi kilometri. Fortunatamente i volontari decidono di servire anche noi, in barba alle regole. Non bevo niente, mi limito a svuotarmi un litro d’acqua addosso per abbassare la temperatura che già cominciava a salire e mi rincuoro grazie al fatto che sto superando un sacco di gente. Certo, sono i maratoneti ormai allo stremo, ma non ci faccio molto caso. Sorrido e guardo l’orologio: ottimo passo, non me l’aspettavo.

Michele al Portello

Michele al Portello

L’ultima frazione non è semplicissima: un po’ per il caldo, ma l’ho già detto, un po’ perché un nuovo percorso tende a presentarti il conto e a tagliarti le gambe. Il primo punto critico è la salita del Portello, poi si farà vedere il falsopiano di fronte alla Triennale, poi il ponte in Garibaldi e infine quello di Porta Venezia. Nulla di trascendentale, ma fidatevi che sulle gambe si fanno sentire e parecchio.

Nel frattempo mi sono svuotato un altro litro d’acqua addosso e il ritmo continua inspiegabilmente a crescere, all’8°km scendo sotto i 5 minuti di passo e sono quasi incredulo. “Crollerò” mi dico, “Son 6 mesi che non fai questi tempi”, ma le mie gambe non ne vogliono sapere di rallentare. Noto alcune cose: le strade su cui corriamo, a differenza della Stramilano, sono parecchio strette, non bellissimo considerata la quantità di gente sul percorso. La gente che ci incita son principalmente volontari o staffettisti che han finito la loro frazione, gli altri ci guardano insofferenti e a momenti rischio di inciampare in un vecchietto che ha deciso simpaticamente di tagliarmi la strada.

Tutto queste riflessioni mi accompagnano verso il traguardo. Vicino a Palestro a 500m dall’arrivo mi aspetto di incontrare i miei fratelli, abbiamo deciso di correre l’ultimo tratto insieme. Sto spingendo talmente tanto che Stefano deve praticamente mettersi in mezzo alla strada per farsi notare. Ci uniamo e do un’altra botta di sprint, ultima curva e vedo il traguardo: “Ma era più vicino!”. Ho finito le energie, mi giro verso i fratelli e un po’ sconsolato urlo “Ragazzi… Basta!”. Stefano mi prende per mano e mi tira, altri 200m, l’arrivo. Stoppo il cronometro e mi accascio. Non ne ho veramente più.

L’ultimo mezzo kilometro l’abbiamo corso a 3’36″/km, sono arrivato a 50″ dal personale sui 10km e abbiamo finito la staffetta in 3h25’40”, 4 minuti sotto quel traguardo che c’eravamo prefissati ma che io facevo fatica a focalizzare. Siamo arrivati 260 su 2212, siamo felicissimi.

Ci abbracciamo, ci scattano foto, sono un po’ emozionato. Sì, è questo che mi piace della corsa.

Il salto all'arrivo - Filippo è scomparso

Il salto all’arrivo – Filippo è scomparso

#TheSarzanasRunningTeam con la medaglia

#TheSarzanasRunningTeam con la medaglia

 

Filippo, Stefano, Matteo e Michele

Filippo

Filippo “Probo” Sarzana. IV del suo nome. Finge di essere un runner professionista comprando gli accessori più disparati ma continua a faticare ad abbattere il muro dei 5′ al KM.

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1 Response

  1. December 31, 2015

    […] La 4a frazione della Milano Relay Marathon, con un – allora – incredibile tempo di 50’54” (per 10,47km). […]

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